Fai risuonare la voce... dei personaggi
- Andrea Brunori Editor

- 15 gen
- Tempo di lettura: 9 min
Aggiornamento: 16 gen

I dialoghi sono uno degli strumenti più potenti nella cassetta degli attrezzi dello scrittore. Una semplice battuta ben scritta può rivelare un personaggio meglio di un’intera pagina di descrizioni; una conversazione efficace può far avanzare la trama, creare tensione, far emergere conflitti nascosti o svelare relazioni complesse.
Eppure, è proprio nei dialoghi che molti testi mostrano le prime crepe: scambi piatti, troppo esplicativi, artificiosi, “da copione”, privi di ritmo o realismo…
In questo articolo esploriamo come scrivere dialoghi realistici e funzionali, evitando gli errori più comuni e applicando tecniche efficaci per rendere le conversazioni vive e credibili.
Per prima cosa, è bene ricordare che all’interno di una storia i dialoghi ricoprono tre funzioni principali:
Caratterizzazione dei personaggi e delle loro relazioni;
Esposizione del conflitto, con conseguente aumento della tensione narrativa;
Avanzamento della trama tramite uno scambio di informazioni nuove.
Se una battuta, un botta-e-risposta, una conversazione… non rispetta una di queste funzioni, allora non ha motivo di esistere. Che senso ha inserire una battuta “figa” ma inutile? Perché trascrivere un dialogo “perché sì”? È uno spreco di righe, che non solo non danno alcun valore al lettore, ma lo concentrano su qualcosa di superfluo (e quindi lo fanno sentire preso in giro).
Detto ciò, vediamo aspetti da tenere a mente quando si crea un dialogo, e alcuni errori comuni da evitare.
Narrato vs parlato
Visualizza questa scena:
Marco si avvicinò a Francesco.
«Ho sentito dire che Laura ti ha lasciato.»
«Sì, ci sto male.»
Ti sembra realistico? Direi di no. E perché? Perché a parte i segni grafici nulla fa capire al lettore che la prima linea appartiene al testo narrato (ovvero lo svolgimento dell’azione), mentre le altre due sono battute di personaggi differenti. Vi è uno scambio di informazioni, ma nessuna emozione.
Questo è un errore molto comune negli scrittori alle prime armi, così concentrati sul riportare al lettore la storia che hanno immaginato da non considerare il modo in cui lo fanno. Di solito l’origine di questo problema sta nell’inesperienza e in un’insufficiente caratterizzazione dei personaggi, e la conseguenza principale è che il lettore, avendo difficoltà a capire se sta leggendo o meno una battuta e, nel caso, chi la pronunci (soprattutto in caso di un botta-e-risposta o di una lunga spiegazione) è costretto a tornare indietro per riprendere il filo del discorso (il che significa violare il patto di sospensione dell’incredulità); per fortuna, non è nulla di irreparabile, basta avere le giuste nozioni e fare tanta pratica.
Per espletare la loro funzione di caratterizzazione dei personaggi, e quindi fornire al lettore informazioni utili per inquadrarne la natura, i dialoghi devono avere un registro linguistico differente rispetto a quello narrato. Per ottenere questo risultato, è fondamentale che l’autore conosca i suoi personaggi, e quindi che abbia progettato prima della stesura la loro personalità, il loro modo di porsi nei confronti degli altri, le loro competenze linguistiche (inflessioni dialettali, accenti, uso del gergo, errori grammaticali…) e gli stati d’animo che provano quando parlano, così da adattare i dialoghi e far esprimere queste sfumature caratteriali.
Quindi:
Un personaggio sicuro di sé (come un leader, abituato a comandare) userà frasi brevi, concise, orientate al raggiungimento degli obiettivi, e le sue battute solitamente termineranno con un punto semplice, o al massimo un punto esclamativo (o interrogativo nel caso in cui necessiti di informazioni): difficilmente esiterà o lascerà una battuta in sospeso con dei punti di sospensione;
Una persona timida, insicura, farà largo uso delle sospensioni e delle domande, impiegherà più tempo a esprimere un concetto e forse si esprimerà in un’esclamazione solo se messo sotto pressione;
Un personaggio che al momento è rabbioso potrebbe fare uso di volgarità o non curare il proprio registro linguistico, e quindi commettere errori di coniugazione verbale, sintassi o semantica, e parlare senza filtri con chiunque gli sia di fronte, che si tratti di un amico, di un parente, del partner o del capo;
Una persona istruita (come un professore o uno scienziato) tenderà a fare digressioni, e quindi le sue battute saranno più lunghe e ricche di termini tecnici;
Un bambino userà un vocabolario molto più semplice e delle frasi molto più brevi, farà errori di coniugazione e, se è particolarmente giovane e le sue proprietà linguistiche non sono così sviluppate, è possibile che accompagni il dialogo con gesti che mimano i concetti che vuole comunicare.
E così via. Chiaramente, questi sono solo alcuni esempi (e un po’ dei cliché), il modo di parlare varia da personaggio a personaggio e da contesto a contesto.
La cosa importante è che tu, autore, conosca così bene i tuoi personaggi da saper differenziare non solo il linguaggio che usi per descrivere le azioni da quello che usi nelle battute, ma anche le voci in ogni scena. In questo modo, il testo risulterà più dinamico e il lettore si sentirà più coinvolto.
Mi raccomando, però: che non si tratti di ricorrenze o tormentoni, o il testo perderà in autorevolezza e realisticità!
Piccola nota finale, giusto per confonderti le idee: attenzione al punto di vista!
Se la focalizzazione che hai impostato è interna a un personaggio, anche il piano narrativo sarà influenzato dalla sua personalità, e quindi sarà più simile al suo modo di esporsi. Per esempio, se il narratore è il personaggio arrabbiato, le battute del suo interlocutore avranno l’effetto di alimentare la sua rabbia e il suo disprezzo, e il suo comportamento sarà visto sotto una cattiva luce; ancora, se il narratore è il bambino, anche il registro narrativo sarà semplice, e molti dei concetti espressi dal suo interlocutore (se questo è un adulto) gli saranno ignoti e creeranno confusione.
Nascondere la info-polvere sotto il tappeto
Altro errore molto comune è il cosiddetto “As-You-Know-Bob”, cioè quando i personaggi si dicono cose che entrambi sanno solo per informare il lettore o ricordargli un’informazione.
Per esempio:
«Come sai, Mario, lavoro in quella clinica da dieci anni e ieri è successa una cosa davvero strana…»
Se Mario conosce il mestiere del suo interlocutore, perché fare questo preambolo? È evidente che l’autore vuole comunicare qualcosa al lettore, e usa un personaggio per farlo. E questo è un grave errore: perché una storia sia realistica, l’autore non deve esistere, il lettore deve completamente immergersi nella scena e nei personaggi senza sospettare che siano stati architettati da qualcuno!
In pratica, l’As-You-Know-Bob è un tentativo maldestro di evitare l’infodump spostando piccole dosi di informazioni nel contesto sbagliato (proprio come nascondere la polvere sotto il tappeto: il cumulo di sporco rimane, e c’è il rischio che qualcuno ci inciampi).
Una soluzione semplice per ovviare a questo problema è l’uso dell’implicito:
«Proprio quando stavo per indossare il camice, è successo di nuovo.»
«Di nuovo? Maledizione… Stavolta quanto è grave?»
In questo modo il lettore capisce che c’è un problema ricorrente in un luogo ospedaliero, e che preoccupa i due personaggi.
Il silenzio vale più di mille parole
Be’, forse non proprio mille, ma è vero che anche il silenzio può rivelare molto del personaggio, come la sua natura o il suo atteggiamento nei confronti di un certo tema.
Una non-risposta può essere una risposta, soprattutto se associata a un tic o un gesto (passarsi una mano sul collo, serrare le labbra, alzare gli occhi al cielo, evitare lo sguardo…).
Dialogo piatto? Make it spicy… con il conflitto
Un dialogo senza conflitto è un dialogo noioso, che si limita allo scambio di informazioni: utile, ma il lettore se ne dimenticherà. È come se l’autore stesse comunicando che in quello scambio di battute non c’è niente di importante, quindi perché inserirlo? Che senso ha comunicare un’informazione, se poi il lettore se ne scorderà?
Se vuoi rendere ogni scambio di battute importante, e quindi dare valore a ogni pagina, aggiungi un elemento-chiave: il conflitto.
Attenzione: “conflitto” non significa solo “litigio”. Un valido conflitto può essere:
Una semplice divergenza di opinioni (“Non credo che tu abbia ragione”)
Una raccomandazione (“Mi sembra un’idea pericolosa, dovrai fare attenzione”)
Una preoccupazione (“Non voglio che tu ti faccia male. Parlane con tuo padre, prima di prendere una decisione”)
Una rivelazione (“Non hai considerato una cosa, però: lui ti ama ancora”)
E sì, a volte anche un litigio vero e proprio (“E non pensi a come mi hai fatto sentire in tutti questi anni?”)
Ricorda, il conflitto alimenta la tensione narrativa, perché pone un ostacolo di fronte al protagonista e gli rende più difficile raggiungere il suo obiettivo, e alimenta nel lettore il desiderio di trovare risposta alla domanda drammaturgica. Ma soprattutto nei dialoghi rivela anche qualcosa in più: la natura dei personaggi. Il loro rapporto, i loro interessi personali, le loro paure… è nei momenti di difficoltà che riveliamo la nostra natura, di che pasta siamo fatti, e lo stesso vale per loro.
Quindi perché rinunciare a tutto questo limitandoti a uno scambio di informazioni?
Evita le “teste parlanti”
No, non sto parlando di un busto che fa battute in un programma artistico per bambini, né di spettri canterini nella magione di un parco dei divertimenti, ma di un errore tipico degli scrittori alle prime armi. Le cosiddette “teste parlanti”, o “voci nel vuoto”, sono degli scambi di battute che non portano alcun valore al lettore: si tratta perlopiù di saluti, ripetizioni e convenevoli, che l’autore usa per introdurre il discorso principale della conversazione o per rendere i personaggi più tridimensionali.
L’obiettivo è quello di rendere il dialogo più simile al reale, ma così facendo si ottiene l’effetto opposto, e quindi renderlo più artificioso. Cosa più grave, il lettore si sente preso in giro perché, come già detto, questi botta-e-risposta sono degli sprechi di righe che non danno alcuna informazione utile.
Il lettore non ha tempo da perdere, e così neanche i personaggi devono averlo, quindi evita i fronzoli e fai in modo che una scena concentrata su un dialogo si concentri sul dialogo.
Vuoi la realtà? Falli muovere!
Altro errore comune è quello di associare ogni battuta (o quasi) a un verbo dichiarativo, come “disse”, “chiese”, “rispose”, “parlò”, “fece”… questo ragionamento è molto probabilmente causato dal visualizzare una scena come in un film e quindi riportarla per iscritto come se fosse un copione.
In un libro, però, questi verbi sono una grave forma di raccontato che va sotto il nome di dialogue tag, perché è come se a ogni battuta l’autore comunicasse al lettore chi l’ha pronunciata e come.
In pratica:
«È vero che Laura ti ha lasciato?» chiese Mario.
«Sì, ci sto male» rispose Angelo.
Nella mente del lettore diventa:
«È vero che Laura ti ha lasciato?» (questa battuta è stata detta da Mario, che ha posto una domanda).
«Sì, ci sto male» (quest’altra invece è stata detta da Angelo, che è abbattuto).
Capisci bene che così l’autore diventa una figura piuttosto invadente…
Per fortuna, anche in questo caso le soluzioni non sono così difficili. La prima, anzi, è molto semplice: eliminare questi tag. Se in un dialogo sono presenti due persone, non è necessario specificare chi ha detto cosa: è il contesto che lo dice. Se sono di più, certo, qualche tag è opportuno, per guidare il lettore, purché siano contenuti in numero (di nuovo, sii sintetico, non ti perdere in battute superflue).
Altra soluzione molto comune e apprezzabile è l’uso dei beat, ovvero accompagnare le battute a delle azioni: in questo modo non si ha più l’impressione che due personaggi restino fermi come statue mentre parlano, ma di due persone reali che oltre a parlare comunicano usando il linguaggio del corpo, oppure svolgono altre azioni…
Per esempio:
Mario prese posto sulla panchina. «Ho sentito dire che Laura ti ha lasciato.»
«Sì…» Angelo si passò una mano sulla barba. «Ci sto di un male…»
In questo modo sono veicolate al lettore delle informazioni aggiuntive, che rendono la scena più dinamica e caratterizzata e la conversazione più naturale.
Altri tag molto usati erroneamente sono quei verbi dichiarativi più particolari, come “esclamò”, “pianse”, “si lamentò”, “sbraitò”… a parte qualche raro caso questi verbi non hanno motivo di essere inseriti, perché il loro valore informativo è già contenuto (o può essere contenuto) nella battuta.
Un punto esclamativo, soprattutto se affiancato da enfasi, volgarità o gesti, è più che sufficiente a comunicare che la battuta in questione è un’esclamazione, un urlo o simili;
Un punto interrogativo è abbastanza esplicito nel caso di una domanda;
Dei punti di sospensione, a seconda del contesto e della natura del personaggio, possono veicolare dubbio, tristezza, sofferenza, esortazione…
Quindi, perché ribadire un concetto che è già espresso dal contesto?
Attenzione! Come anticipato, ci sono alcuni casi in cui un tag non può essere espresso chiaramente dal contesto o dalla battuta, ma anzi può aiutare a comprendere meglio lo stato d’animo del parlante, come “borbottò” o “sibilò”. Come sempre, però, attenzione agli eccessi…
Comunica il “non detto”
Oltre al contenuto delle battute, un dialogo ben gestito, tra beat, enfasi e parole usate, può rivelare al lettore altre informazioni più indirette, facendogli intuire qualcosa che i personaggi hanno timore ad affrontare apertamente (un lutto, imbarazzo…) e avvicinandolo alla storia. Si tratta dei cosiddetti “dialoghi obliqui” o “dialoghi trasversali”.
Per esempio:
«Tutto bene?»
«Benissimo!»
Può sottintendere che il secondo personaggio non sta veramente così bene…
Non sei ancora convinto? Recita!
Infine, un trucco semplice ma potentissimo: leggi i dialoghi ad alta voce (meglio con qualcun altro). Se suonano rigidi, lunghi, frettolosi, innaturali, spiegati… te ne accorgerai immediatamente.
Se invece scorrono, hanno ritmo, sembrano davvero “vivi”… funzionano.




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