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Crea il tuo mondo narrativo senza perderti (e senza perdere il lettore)

Immagine del redattore: Andrea Brunori Editor
Andrea Brunori Editor
17 lug
Tempo di lettura: 12 min

Aggiornamento: 2 set

Una località in riva al mare? La luce del sole che fa brillare la punta delle onde azzurre, intensi tramonti romantici, possenti mareggiate che rendono l’aria salmastra e minacciano di trascinare a fondo chiunque osi avventurarsi al largo…

O forse un luogo sperduto tra le montagne! Aria fresca, il silenzio che si respira solo tra cime inesplorate, salite impervie e torrenti che mettono alla prova anche gli escursionisti più esperti…

Oppure, perché no?, una città lontana, con una cultura diversa, regole diverse, odori, dialetti, storie e stili di vita ben al di là di quanto possa spingersi la nostra immaginazione…

 

No, non sto pensando a dove andare quest’estate. Ti sto aiutando a programmare un viaggio ancora più ambizioso: quello che dovrà intraprendere il tuo lettore.

Ogni storia, che sia di finzione o tratta dalla vita reale, che sia ambientata in un regno immaginario o su un asteroide che viaggia nello spazio profondo, si svolge all’interno di un mondo narrativo in cui sono racchiuse regole, caratteristiche e potenzialità. E il tuo compito è fare in modo che questo mondo risulti vero agli occhi del lettore.

 

Cos’è il worldbuilding e perché è importante

crea il tuo mondo narrativo
Trova il filo conduttore nel tuo mondo narrativo... o rischerai di perderti!

Il worldbuilding è l’impostazione di quegli elementi fisici (e non solo) che caratterizzano il mondo narrativo in cui si svolgerà la storia. Come l’allestimento del palcoscenico (tra il montaggio degli elementi della scena, i costumi, le luci, le musiche…), anche la costruzione del mondo narrativo contribuisce (insieme a elementi come personaggi e trama) a fornire al pubblico un’esperienza immersiva.

La differenza più grande, però, è che mentre una recita può giocare su più stimoli diversi per realizzare un effetto di immersione, in un libro il worldbuilding non può limitarsi a svolgere il ruolo di mero sfondo, ma deve avere un’importanza più marcata.

Per essere valido, deve basarsi su tre grandi pilastri:

  1. Coerenza. Il lettore deve sempre avere ben chiare le dinamiche della storia che sta leggendo: se sta leggendo un fantascientifico, un personaggio che lancia un incantesimo sarebbe un’incoerenza che rovinerebbe l’esperienza di lettura auspicata.

    Inoltre, i sistemi che compongono il mondo narrativo devono essere interconnessi e coerenti tra loro, così da formare un’impalcatura solida: se viene specificato che la pena per un certo reato è la morte, allora il personaggio che la viola deve essere punito di conseguenza… a meno che non ci sia una motivazione valida.

    Le anomalie, infatti, sono possibili, ma devono sempre essere spiegate con una motivazione ben più solida di un “serviva alla trama”.

    Poniamo il caso che tu stia scrivendo un fantasy in cui i Nani non possono usare la magia. Se il tuo protagonista, appartenente a questa razza, scagliasse un incantesimo, il “perché è il protagonista” sarebbe una motivazione debole, agli occhi del lettore apparirebbe come un deus ex machina. Diverse sono, invece, spiegazioni come “ha sangue elfico nelle vene”, “porta con sé un amuleto magico”, “è vittima di una maledizione che gli consente di usare la magia, ma accorcia la sua vita ogni volta che ne fa uso”… tutte alternative che arricchiscono la trama e incuriosiscono il lettore!

  2. Caratterizzazione. La natura di un personaggio si manifesta e si definisce nelle scelte che compie, nelle parole che pronuncia e nelle azioni che fa durante il suo viaggio, ma questa è solo una parte della verità. L’altra è che la sua personalità è anche influenzata dal mondo che lo circonda, a partire dalle relazioni che stringe ai sistemi in cui cresce.

    Per esempio, l’incipit di Orgoglio e pregiudizio sancisce chiaramente qual è il modo di pensare della società presentata nel mondo narrativo.

    Attenzione, però, agli eccessi: se il protagonista è completamente caratterizzato dal mondo che lo circonda, cosa lo rende unico? Se Katniss Evergreen avesse continuato a chinare la testa come tutti gli altri, ci sarebbe stata una rivolta in Hunger Games? È bene che ci sia una sorta di “equilibrio” nel rapporto tra protagonista e ambiente (ma di questo ne parleremo più avanti).

  3. Conflitto. Anche l’ambiente che circonda il protagonista può contribuire a formarlo attraverso delle sfide da superare, ma attenzione: queste sfide rappresentano dei conflitti esterni, il viaggio che deve compiere è sempre interiore.

 

Entriamo nel dettaglio…

Da cosa è composto il worldbuilding, all’atto pratico? La risposta a questa domanda è enorme, perciò è impossibile parlare di praticità… per ora.

Quello che posso fare, per il bene della comprensibilità e della sintesi, è darti un accenno della risposta ampia, così da darti un’idea delle dimensioni di cui stiamo parlando e, soprattutto, le basi per comprendere il ragionamento che spiegherò nel resto dell’articolo.

Bada bene, i sistemi che elencherò sono più o meno fortemente interconnessi, perciò non guardare la classificazione che uso con eccessiva rigidità.

  1. Spazio. La prima dimensione riguarda gli ambienti che caratterizzano la storia (luogo sottomarino, località costiera, villaggio sperduto tra montagne innevate…), la topologia (presenza o assenza di rilievi come montagne, valli o dirupi, specchi d’acqua come fiumi, laghi, cascate, paludi, mari…), il grado di civiltà (villaggio, città, metropoli, condominio…), ma anche proprietà fisiche come l’atmosfera, la temperatura, la gravità…

    Tale discorso non si applica solo al pianeta Terra: la storia può svolgersi in un regno magico, su un pianeta lontano, un asteroide che viaggia nello spazio… ma anche in una versione fittizia della Terra, in cui sono presenti delle differenze rispetto alla realtà (per esempio, la gravità è pari a quella che abbiamo noi sulla Luna e viceversa).

  2. Tempo. Alcuni aspetti che è bene considerare sono, per esempio, il ciclo delle stagioni, la durata di un giorno, di un mese e di un anno, l’alternarsi giorno-notte, ma anche il periodo storico in cui ambientiamo la nostra storia (Francia illuminista, Sacro Romano Impero medievale, Inghilterra vittoriana, giorni nostri, possibile futuro, possibile futuro in cui avviene qualcosa di particolare…).

    Di nuovo, non dobbiamo limitare le possibilità alle caratteristiche del pianeta Terra: il tuo mondo potrebbe avere cinque stagioni, operare su un calendario lunare anziché solare, avere un’alternanza giorno-notte pari a una notte ogni tot giorni, oppure inserire tra i due un terzo elemento… di nuovo, le possibilità sono infinite.

  3. Società. La dimensione più vasta delle tre, anche perché si presta più facilmente a sovrapposizioni, a partire dalla geopolitica (le forme di governo, i confini che delimitano i vari paesi, i rapporti tra le varie nazioni…), l’agricoltura (basata sulle risorse di una certa regione e sui cicli delle stagioni), l’economia (il commercio basato sul baratto, le valute, il valore delle cose…), il pensiero (etica, religione, filosofia, leggi, tradizioni, mitologia, cultura), festività, moda...

    Qui, soprattutto nel caso dei fantasy e degli sci-fi, possiamo anche introdurre i concetti di magia (limiti e poteri, tabù o pregio…) e tecnologia (evoluzione tecnologica, scontro tra etica e religione…)…

 

Serve davvero tutto questo?

L’elenco potrebbe continuare molto a lungo, ma ai fini della semplicità, mi fermo qui. Già da questi elementi, comunque, avrai capito che l’argomento “worldbuilding” è incredibilmente vasto… ma non può essere ignorato.

In molti, infatti, non tenendo debitamente conto di quanto possa essere complessa la creazione di un mondo narrativo, improvvisano, concentrandosi sulla trama e mettendo questo aspetto in secondo piano. Così facendo, si espongono al rischio di creare delle involontarie “falle” di cui se ne accorgono solo in un secondo momento, e che tentano di giustificare con una spiegazione debole; quando è il lettore ad accorgersene, poi, ormai è troppo tardi…

Altri, invece, si bloccano proprio perché realizzano troppo tardi di aver tralasciato qualcosa e non sanno come rimediare.

Prima di scrivere la propria storia, quindi, è fondamentale dedicare del tempo alla progettazione, sia di trama e personaggi, sia del worldbuilding. Il rischio è di minare l’integrità della tua storia!


Lo so cosa ti stai chiedendo: ma davvero serve sapere tutto questo?

La risposta a questa domanda è no… n proprio.

Anche un eccesso di progettazione dell’ambiente può portare effetti negativi, però. Sarai preparato su tutto e difficilmente tralascerai qualcosa nella costruzione del mondo narrativo, ma dedicare tanto tempo allo studio approfondito a lungo andare attenua il desiderio di scrivere; e se anche iniziassi, metteresti in discussione ogni risvolto, grande o piccolo che sia.

Oppure, studi così tanto che senti il bisogno di riversare nella storia tutto ciò che hai appreso nelle lunghe ore di ricerca… finendo così per appesantirla e annoiare il lettore. In pratica, non giustifichi le azioni e le decisioni dei personaggi… ma il tempo che hai speso nella progettazione.

Da una parte, la mancanza di progettazione rende la tua storia poco credibile; dall’altra, l’eccesso ti blocca o confonde il lettore. Come fare? Come trovare il giusto equilibrio?

Per fortuna, esiste un modo sicuro per uscire da questa matassa, e non è neanche troppo difficile da seguire. Basta porsi una sola domanda: cos’è che importa veramente al lettore?


Il protagonista e il suo viaggio trasformativo.


Come già affrontato in altri articoli, ricordo che la “magia” di una storia sta nel legame empatico che si crea con il lettore, il quale si rivede nelle paure e nelle difficoltà del protagonista e fa il tifo per lui a mano a mano che le affronta nel suo percorso di crescita. Peraltro, questo punto di partenza è applicabile in più contesti, indipendentemente dal genere in cui scriverai.

Definito questo punto, quindi, sarà più facile scegliere quali dettagli ed elementi riportare e quali scelte compiere, perché ogni elemento sarà funzionale a questo scopo.

 

Quanto devo sapere (e far sapere)?

Ora che abbiamo definito la nostra priorità, facciamo una piccola pausa. Nel prossimo punto spiegherò come partire dall’arco di trasformazione al worldbuilding nella pratica, ma prima voglio aprire una parentesi per aiutarti a sviluppare la giusta mentalità per comprendere appieno quanto segue.

Cominciamo dalla domanda del paragrafo: “Quanto devo sapere (e far sapere)?”

La risposta a questa domanda ce la offre Brandon Sanderson, partendo da un concetto che noi tutti ben conosciamo: la “teoria dell’iceberg” di Hemingway.

Rispolverando per un attimo la nostra memoria, ricordo che secondo questa teoria in una storia devono apparire solo gli elementi che effettivamente hanno una rilevanza (la punta, pari a circa 1/8[1] dell’intero iceberg): il resto (7/8) è preparazione dell’autore. In altre parole, perché la storia sia realistica, oltre a ciò che viene rivelato al lettore ci deve essere una base solida che scende in profondità. Così, però, il problema dello studio eccessivo rimane...


Ed ecco che la “modifica” proposta da Sanderson entra in gioco con la “teoria dell’iceberg cavo”.

Sintetizzando il discorso, Sanderson dice che per rivelare quell’1/8 di storia che effettivamente emerge non c’è bisogno di possedere una conoscenza approfondita degli altri 7/8, altrimenti tutti gli scrittori dovrebbero avere come minimo una decina di dottorati. Ciò che serve è puntare l’attenzione su quell’1/8 che interessa al lettore e, per dare solidità, lasciare intuire che c’è altro oltre a quanto rivelato. Non c’è bisogno di investire tanto tempo ed energie in approfondimenti che tanto al lettore non interessano, con il rischio di cadere nelle trappole di cui prima.

L’autore deve quindi possedere una conoscenza approfondita di ciò che effettivamente gli servirà nella storia, e una conoscenza sufficiente a giustificarlo e dare solidità del resto[2].

 

Come crearlo, allora?

Come realizzare tutto questo, all’atto pratico? Come intrecciare tutti i nodi della lunga lista posta all’inizio dell’articolo (e tutti gli altri non menzionati) senza perdersi nelle ricerche e senza perdersi il lettore tra le pagine?

Riprendiamo il discorso sull’arco di trasformazione e approfondiamolo.

Immagina tre cerchi concentrici:

  • l’arco del personaggio, costituito dal suo desiderio, il difetto fatale e il bisogno;

  • il suo piccolo mondo, comprendente la sua identità (lavoro, status sociale, relazioni, sfide…), vale a dire tutto ciò che lo tocca in prima persona nel quotidiano;

  • il grande mondo, ovvero l’organizzazione del mondo narrativo in cui vive, che pur non interagendo direttamente con lui, influenza le scelte, la mentalità e i modi suoi e di chi lo circonda (parliamo quindi di governo, religione, cultura, storia, magia…).

Per costruire il tuo mondo, parti dall’elemento che ne è centrale, ovvero il protagonista. Definisci questo nucleo, dopodiché contestualizzalo attraverso elementi del piccolo mondo e amplialo inserendo dettagli (quelli strettamente necessari) del grande mondo.


Prendiamo un esempio piuttosto noto: Star Wars.

Il film si apre con una sequenza dinamica (un antefatto) che introduce il pubblico al mondo narrativo: vengono presentati elementi appartenenti al grande mondo, ma solo per orientare lo spettatore e offrirgli un contesto, come il genere di storia, le prove da affrontare (Darth Vader) e l’obiettivo da raggiungere (salvare la principessa Leia e consegnare i piani della Morte Nera nelle mani giuste).

Segue poi una sequenza più “calma” (il “vero” inizio), che permette allo spettatore una migliore immersione, incentrata sul protagonista Luke, il suo desiderio e il suo piccolo mondo. Solo in un secondo momento, quando l’Impero perturba la quiete del suo mondo ordinario uccidendo i suoi zii e distruggendo la sua casa, Luke s’imbarcherà in un viaggio che lo porterà a esplorare il grande mondo in modo più approfondito.


Vi è quindi un’escalation che parte dal protagonista e il suo arco narrativo, si sviluppa attraverso il suo piccolo mondo e riverbera nell’intero grande mondo.

Procedere in quest’ordine ti aiuta ad arginare quel potenziale problema di cui abbiamo parlato all’inizio, circa la “giusta distanza” tra il protagonista e il mondo che lo circonda. Ragionando dal grande al piccolo, l’ambiente caratterizzerebbe totalmente il protagonista, rendendo il suo conflitto interiore apersonale (nel senso di “privato della sua personalità”, una sorta di everyman) e rendendo difficile per il lettore identificarsi con lui. Al contrario, ragionando dal piccolo al grande, è possibile creare un protagonista e un arco forti indipendentemente dal contesto narrativo[3].

 

Alcuni errori comuni

Avviandoci alla conclusione di questo articolo, ecco alcuni errori che è facile commettere. Di alcuni ne abbiamo già parlato (improvvisazione, eccesso di studio, eccessiva caratterizzazione del protagonista), perciò ora mi limiterò ad affrontare altri comportamenti che, seppur animati dalle migliori intenzioni, possono minare il piacere di lettura.

Il primo errore, che non si applica solo al worldbuilding ma anche a esso, è legato al famigerato “show, don’t tell”. Spesso gli autori alle prime armi, quando descrivono una scena o vogliono riportare un antefatto, lo fanno in maniera diretta, dedicando anche interi paragrafi all’esposizione di questi dettagli. L’effetto che ne risulta, però, è che la scena viene continuamente “messa in pausa” e il lettore “tirato da parte” dallo stesso autore, che così rivela la propria presenza; e ciò, come abbiamo ben visto in questo articolo in cui parlo dello show, don’t tell, viola il patto di sospensione dell’incredulità.

Ci sono dei casi in cui questo comportamento è consentito (sempre entro certi limiti), come nelle scene più descrittive, a bassa tensione, o nelle storie di generi più introspettivi, ma in generale, per evitare questo ripetuto allontanamento e mantenere il lettore immerso nella storia, è consigliato mostrare il worldbuilding attraverso le azioni e le parole dei personaggi; insomma, facendoli recitare e interagire con la scena (che quindi, come abbiamo visto all’inizio, da semplice sfondo assume un ruolo più centrale, affiancandosi ai personaggi). Anziché mettere in pausa e fare un’esposizione didascalica al lettore, condividere dettagli ed elementi a mano a mano che la scena si svolge, così che personaggio e lettore possano scoprire il mondo narrativo insieme.

 

Voglio dedicare la conclusione di questo punto parlando di un’usanza che pur non essendo un errore in sé è fortemente sconsigliata: la stesura di un prologo dedicato prima della storia.

Onde evitare di riversare nella storia una moltitudine di informazioni sul worldbuilding, con il rischio di appesantire la lettura (vedi infodump), diversi autori creano, all’inizio della storia, un capitolo dedicato che introduce il lettore al mondo in cui sta per entrare. Come le scritte nel cielo di Star Wars, che ne sono diventate elemento caratteristico.

Come dicevo, non si tratta di un vero errore, anche perché diverse opere che hanno avuto successo hanno usato questo espediente, tuttavia è fortemente sconsigliato creare un prologo dedicato perché porta con sé dei rischi importanti.

Il primo è che fai comunque un infodump, accentrando tutte le informazioni sul mondo narrativo in un unico punto (e qui si torna al discorso del raccontato).

Il secondo, piuttosto comune, è che… nessuno lo legge. Molti potenziali lettori, rovistando tra gli scaffali di una libreria, quando prendono un libro vanno direttamente all’incipit, saltando a piè pari le prime pagine, che in genere nulla hanno a che fare con la trama in sé. Non lo fanno tutti, ma una percentuale piuttosto elevata sì.

Ci sono anche potenziali lettori che leggono il prologo però, non avendo questo le caratteristiche tipiche di un incipit di attirare l’attenzione (per saperne di più, vai qui), si annoiano di fronte alle lunghe descrizioni del mondo narrativo e rimettono il libro sullo scaffale.

Nel caso in cui il testo venga letto da un lettore editoriale, invece, si aprono due possibili scenari:

  1. Come il lettore in libreria, non trova le prime pagine del testo accattivanti e quindi reputa l’intero manoscritto non vendibile (ovvero, non pubblicabile);

  2. Intuisce (e di solito questo è confermato dalla lettera di presentazione) di avere di fronte a sé il primo volume di una saga, così grande che necessita di un capitolo introduttivo dedicato. Soprattutto se il testo è di un esordiente, che quindi non ha un pubblico pronto a leggere le sue storie, pubblicarlo comporta un enorme rischio per la casa editrice: se il primo volume si rivelasse un flop, sarebbe una perdita per l’azienda, che nemmeno ci penserebbe a investire risorse per pubblicare gli altri.

Di nuovo, non si tratta di regole assolute, ma di possibili scenari negativi: è quindi anche possibile scrivere un ottimo prologo (e storia) e avere successo, ma se non si ha ancora maturata tanta esperienza di scrittura per raggiungere questi standard, è bene trovare delle alternative per guidare il lettore nel mondo narrativo.

 

L’articolo si conclude qui. Ammetto che non è stato troppo facile scriverlo: le conoscenze e i materiali c’erano, ma data la vastità dell’argomento ho avuto difficoltà nel creare un articolo che, in maniera esaustiva ma allo stesso tempo sintetica, potesse essere d’aiuto a chiunque si avvicini al mondo della scrittura. Altra difficoltà, poi, era evitare di cadere troppo nel teorico, lasciandoti l’impressione di averti venduto aria fritta, senza però riempirti la testa di case studies scendendo troppo nei particolari (anche perché, come abbiamo visto, le eccezioni esistono).

Alla fine, ho risolto creando un articolo aperto a tutti i generi, che più che insegnarti come costruire un worldbuilding solido ti aiutasse a comprendere quali ragionamenti fare per costruirne uno.

Spero di essere riuscito nel tentativo. Se è così, o se hai domande, scrivimi tranquillamente nei commenti: che sia qui in questo blog, su YouTube o tra i contenuti social, sicuramente riprenderò questo argomento, proseguendo il discorso o entrando più nello specifico.

Fino ad allora, keep writing!


[1] Mi raccomando: non fossilizzarti sui numeri!

[2] In questo articolo il discorso è molto semplificato, perciò ti lascio un link alla lezione di Sanderson in cui viene affrontato questo discorso in modo più approfondito (insieme a molte altre cose interessanti): ti consiglio di guardarlo, una volta finito qui.

[3] Come nel punto precedente, per ampliare il discorso ti lascio il link a cui mi sono ispirato.

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