Il conflitto che anima la storia
- Andrea Brunori Editor

- 15 apr
- Tempo di lettura: 13 min
Aggiornamento: 21 apr

Ti presento due personaggi, Federico e Giancarlo.
Federico è alto, affascinante, intelligente e alla mano: qualunque sia la situazione, è sempre riuscito a cavarsela, sia quando era all’università e superava gli esami senza troppa fatica, sia in sede di colloquio presso la prestigiosa azienda per cui adesso lavora. Nel tempo le sue capacità relazionali gli hanno concesso non solo di portare numerosi clienti all’azienda, ma anche di stringere una gran quantità di amicizie, e il suo sex appeal gli è valso un considerevole numero di dolci compagnie.
Giancarlo, invece, non ha i vantaggi di Federico. Si è sempre impegnato assiduamente per raggiungere i suoi risultati, le ore passate chino sui libri lo hanno portato ad avere una leggera gobba e lo hanno costretto a indossare gli occhiali. Anche in campo relazionale ha forti difficoltà: per quanto gli costi ammetterlo, nonostante i suoi sforzi non è riuscito a far sopravvivere nemmeno un’amicizia dell’università, e in sede di colloquio era una fontana di sudore. Quantomeno, le ore spese a studiare gli avevano valso qualcosa: grazie alle sue competenze, si era distinto dagli altri candidati ottenendo il posto, e ora conduce una vita piuttosto soddisfacente.
Le agenzie per cui lavorano Federico e Giancarlo sono in difficoltà finanziaria e sono costrette a fare dei tagli al personale: i due dovranno tenere una presentazione importante, che deciderà del loro futuro. Federico non è preoccupato: sa che se si fosse giocato bene le tue carte sarebbe andato tutto liscio. Giancarlo, al contrario, è terrorizzato: ha lavorato sodo per quel posto, e tra la sua età e le sue difficoltà relazionali non ne troverà un altro! Non può permettersi di perderlo…
Il giorno della presentazione Federico arriva in ufficio con cinque minuti di ritardo. Si scusa, fa una battuta che fa ridere il capo, dà inizio al suo show… e si salva.
Il giorno della presentazione Giancarlo è uscito con mezz’ora di anticipo, eppure a causa del traffico e della sua cautela al volante arriva in ufficio con cinque minuti di ritardo, zuppo di sudore e col fiatone. Lo accoglieranno, nonostante il suo pessimo stato? Ascolteranno la sua presentazione? Oppure ha fatto troppo tardi? Apprezzeranno, quantomeno, il suo impegno? La risposta è oltre la porta della sala riunioni…
Tra le due storie, quale ti ha colpito di più? Quale ti ha fatto battere il cuore? Per chi hai fatto il tifo, e perché? Sicuramente per quella di Giancarlo, ma non perché la sua vicenda è più esplorata, e nemmeno perché Federico ha fatto una qualche scorrettezza: semplicemente, rispetto a Giancarlo è socialmente avvantaggiato, e quindi non percepisce le difficoltà dell’altro come tali.
Il problema di Federico è che la sua storia è piatta: nella breve panoramica della sua vita non si fa riferimento a nessuna difficoltà, la sfida che gli si pone di fronte non lo spaventa e nonostante il ritardo riesce a cavarsela senza neanche una goccia di sudore. Al contrario, Giancarlo non ha fatto altro che affrontare continue sfide, dalla sua imbranataggine e difficoltà a integrarsi nel contesto lavorativo, traguardo che ora è a rischio.
No, se non hai fatto il tifo per Federico non è per invidia, né per ostilità (anche perché non ha nessuna colpa, diciamocelo), ma perché, semplicemente, è perfetto, e questo rende la sua storia noiosa. È come se qualcuno ti si avvicinasse e cominciasse a raccontarti di quanto è bello, figo, bravo... ti piacerebbe ascoltare una storia del genere?
Al contrario, Giancarlo è più interessante, perché affronta continuamente sfide dall’esito incerto: ha dei difetti che lo rendono reale, e la sua storia ti tiene col fiato sospeso.
In altre parole, la differenza più grande tra la storia di Federico e quella di Giancarlo è la presenza (o assenza) di una o più difficoltà. Ma è davvero così rilevante?
Si dice che il protagonista sia il motore della storia, ma questa affermazione è errata. O meglio, è imprecisa: è vero che per funzionare una storia necessita di un protagonista in cui il lettore si possa identificare, con delle ambizioni, degli obiettivi o un sogno da realizzare, e che si prodighi per farlo, ma come abbiamo visto nell’esempio ciò non basta. Come nel caso di Federico, se considerassimo solo il protagonista e il suo traguardo la strada sarebbe in discesa, e al lettore non rimarrebbe niente: semplicemente, il personaggio aveva un obiettivo e l’ha raggiunto. Fine. Non è una grande storia!
Per questo è necessario inserire un altro elemento: il conflitto.
Il conflitto è una sfida (o una serie di sfide) che si oppone al cammino del protagonista, mettendo in dubbio l’esito del suo viaggio. Proprio per questo motivo, tiene viva la storia, spingendo il lettore a continuare.
Attenzione! Con “conflitto” non parlo solo di litigi, contrasti o battaglie: può trattarsi di qualcosa di più sottile e meno impattante, come un dubbio, una divergenza di opinioni, un rallentamento, un errore… l’importante è che accentui la distanza tra il protagonista e il suo obiettivo.
Per questa sua “poliedricità” può assumere varie forme, riassumibili in due grandi tipologie:
Conflitto interno, intrinseco alla personalità del protagonista, come un dubbio, un trauma o una convinzione errata;
Conflitto esterno, come un ostacolo, un altro personaggio che concorre per lo stesso obiettivo, un antagonista che gli si oppone, una convenzione sociale che lo limita, delle sfide che mettono alla prova la sua volontà e proteggono l’obiettivo da raggiungere…
Possiamo dire che il conflitto svolge cinque funzioni principali:
Alimenta la tensione narrativa, mettendo in dubbio la riuscita di ogni passaggio;
Guida la trama, obbligando il protagonista a prendere decisioni e modificare il percorso, rendendolo meno lineare e prevedibile;
Dà valore alla posta in gioco (ciò che il personaggio rischia di perdere se fallisce);
Crea un legame empatico tra personaggio e lettore (il protagonista non ha raggiunto l’obiettivo grazie alle sue qualità, ma nonostante le difficoltà);
Rivela la natura del personaggio, esponendo i suoi valori, le sue paure e i suoi limiti nei momenti di tensione (e dandogli la possibilità di evolvere).
Facciamo un piccolo approfondimento su alcuni di questi aspetti...
Aumento della tensione narrativa. Perché funzioni e sia avvincente, ogni storia deve possedere due movimenti: una trasformazione interna del personaggio, che comporta poi un lieto fine esterno, e una progressiva crescita della tensione narrativa, per mantenere viva l’attenzione del lettore a mano a mano che la storia prosegue.
Per realizzare questa progressione, ci sono diverse strategie. Per esempio, possiamo manifestare il conflitto interno del protagonista di fronte a ogni sfida (la timidezza di Giancarlo gli ha causato difficoltà sia nello stringere amicizie all’università, sia in sede di colloquio, sia al volante poco prima della presentazione); oppure, possiamo inserire difficoltà esterne al controllo del protagonista (le difficoltà economiche dell’azienda, il traffico dell’ultimo momento…).
Per evitare che la tensione generata dal conflitto si mantenga sulla stessa “lunghezza d’onda” dall’inizio alla fine della storia, è importante che i conflitti che il protagonista affronta crescano di intensità: per esempio, all’inizio della storia di Giancarlo si parla solo del suo essere impacciato, ma alla fine a questo si aggiunge il traffico, che accresce il pericolo derivante dalla presentazione finale.
Valorizzare la posta in gioco. Se il protagonista intraprende il suo viaggio senza il rischio di perdere nulla, allora anche se si arrende di fronte a un ostacolo o perde una sfida nulla cambia, e il lettore non percepisce nessun valore in quella storia. Per esempio, se anche Federico avesse perso il lavoro, con le sue capacità relazionali non avrebbe difficoltà a trovarne un altro. E, come abbiamo visto, la sua non è una storia che suscita particolare interesse…
Perché una storia mantenga il lettore con il fiato sospeso, quindi, la posta in gioco deve essere determinante per il protagonista: o si vince, o si vince. La sconfitta non può essere contemplata, perché comporterebbe non un ritorno alla situazione iniziale, ma il raggiungimento di una condizione peggiore.
E quale modo migliore per ricordare e sottolineare l’importanza della posta in gioco, se non mettere a rischio la riuscita del viaggio con una serie di conflitti che crescono in intensità?
Creazione di empatia. Come abbiamo visto, il lettore non riesce a fare il tifo per Federico perché è irreale, non affronta nessuna difficoltà e non “vince” niente. L’assenza di un conflitto interno lo rende piatto. Al contrario, con Giancarlo è facile, perché lui ha dei difetti, delle paure e dei sogni con cui possiamo identificarci, e delle difficoltà che realmente possono determinare la sua sconfitta; Gianluca è imperfettamente umano, proprio come noi, e il suo lieto fine non è qualcosa di matematico, sicuro, ma è qualcosa che deve guadagnarsi.
Introduciamo adesso quello che forse è il “conflitto interno per eccellenza”: il difetto fatale.
Il difetto fatale (fatal flaw) è un concetto introdotto da Dara Marks nel suo saggio “L’arco di trasformazione del personaggio”, un must per chi vuole imparare a scrivere o diventare editor.
Per sommi capi, la Marks spiega che il difetto fatale è una caratteristica del protagonista che gli impedisce di crescere, e che questi deve vincere per ottenere il tanto agognato lieto fine. In altre parole, è un particolare tipo di conflitto interno che si oppone (e significativamente) al viaggio del protagonista, influenzando l’esito della sua storia.
A seconda della storia che vogliamo creare, può assumere varie forme:
Una caratteristica della sua personalità;
Una convinzione limitante o falsa (“menzogna”), nata da un’interpretazione errata o esperienze indirette (famiglia, società…);
Una ferita (emotiva) causata da un trauma del passato (“fantasma”), come un meccanismo di difesa.
Per fare alcuni esempi, il protagonista potrebbe essere un maniaco del controllo, soffrire di paura dell’abbandono, oppure potrebbe essere incapace di fidarsi o essere molto orgoglioso.
La lista potrebbe continuare, ma come possiamo vedere si tratta di situazioni che non solo “imprigionano” la mente del protagonista, ma gli rendono anche difficile interagire con altre persone (e ricordati: l’essere umano è una creatura sociale). Difatti, è proprio così che il fatal flaw agisce: ingabbiando la psiche del protagonista, influenza le sue scelte, creando problemi nel relazionarsi con altre persone e, di conseguenza, nella risoluzione del conflitto esterno.
Ecco perché la Marks specifica che l’unico modo per cui il protagonista possa influenzare la trama, avvicinandosi al suo lieto fine, è andare incontro a una trasformazione risolvendo il suo difetto fatale.
A livello narrativo, il difetto fatale si oppone alla domanda drammaturgica, ma allo stesso tempo ne accentua il peso. Brevemente, la domanda drammaturgica è il quesito che l’autore pone già all’inizio della storia, che invita il lettore a proseguire la lettura per scoprirne la soluzione. Di solito segue la formula “Riuscirà il nostro eroe a…?”, suggerendo quindi due possibili outcome: se non ci fosse un conflitto che in qualche modo mette in dubbio l’esito di questa risposta, il risultato possibile sarebbe solo uno, e quindi la storia apparirebbe lineare e noiosa (per saperne di più, vai qui).
Il conflitto, dunque, è un elemento essenziale della narrazione, ma non è facile da padroneggiare, almeno non da subito. Ecco una lista di errori comuni e delle avvertenze per evitarli!
Conflitto assente. Il primo errore comune l’abbiamo già affrontato all’inizio di questo articolo, ma è bene parlarne anche qui: l’assenza di conflitto. Come abbiamo visto nell’esempio di Federico, l’assenza di conflitto non alimenta la tensione narrativa e rende la storia irrealistica, fin “troppo liscia”.
Ciò può provocare due situazioni:
Il lettore, stanco di non vedere succedere nulla, abbandona la lettura (outcome negativo);
Il lettore prosegue la lettura aspettandosi di trovare prima o poi il conflitto, che però non arriva. Oltre che deluso, quindi, si sentirà preso in giro: lui ha tenuto fede alla sua parte di patto narrativo leggendo tutta la storia, ma tu non l’hai coinvolto né ricompensato (outcome peggiore).
Alla luce di quanto detto in questo articolo, potresti pensare che sia assurdo non tenere in considerazione il conflitto in una storia, ma in realtà è una situazione molto comune, soprattutto negli autori alle prime armi. Il motivo è il legame emotivo che si instaura inevitabilmente tra l’autore e la sua creatura, il protagonista. Associando questo personaggio a un figlio (o quasi), da bravo genitore gli evita le difficoltà, lo protegge, gli fa percorrere la strada più facile… però non è così che un figlio cresce. Non è così che nessuno cresce.
La crescita è data sì dai risultati positivi, ma soprattutto dagli errori che si commettono e dalle esperienze negative dalle quali si impara una lezione. Ma questa è una lezione che richiede distacco emotivo, e tale qualità l’autore alle prime armi la svilupperà solo studiando i manuali o nel corso del tempo (ricevendo feedback negativi proprio per via dell’assenza di conflitto).
Conflitto debole. Il conflitto è quindi una condizione necessaria, ormai questo è chiaro. Ma non basta che sia presente, deve anche essere valido. Se l’ostacolo di fronte al protagonista è troppo facile e viene superato senza versare nemmeno una goccia di sudore (vedi Federico), il protagonista (e quindi il lettore) cosa impara? Dov’è la tensione? Dov’è il rischio?
Perché l’attenzione del lettore si mantenga viva, il protagonista deve sempre trovarsi in una situazione di svantaggio rispetto all’ostacolo: ricordati che l’esito deve essere incerto!
Conflitto inutile. Per essere “valido”, però, il conflitto non deve essere solo difficile, ma anche funzionale alla storia. Spesso gli autori alle prime armi, che faticano a uscire dalla mentalità affettiva che tende a proteggere i loro beniamini e cominciano ad affrontare seriamente l’argomento “conflitti”, pongono sul cammino dell’eroe ostacoli che non hanno motivo di essere nella funzionalità della trama: incomprensioni evitabili, problemi risolvibili in altro modo, eccesso di ostacoli… il tutto per “allungare il brodo”. Peccato che, così facendo, rendano lo svolgimento della trama forzato e non coinvolgente.
Ricorda: ogni elemento, che aiuti o, soprattutto, rappresenti una difficoltà per il protagonista, deve avere una sua funzione logica all'interno della trama!
Conflitto alieno al protagonista. Altro errore piuttosto comune è la creazione di un conflitto (o una serie di conflitti) esterno che non ha nulla a che fare con il protagonista; ovvero, il protagonista intraprende un’avventura che però non ha alcun significato per lui, non c’è alcun coinvolgimento. Per dare significato al conflitto, e di conseguenza al viaggio che l’eroe compie e alle lezioni che apprenderà, è necessario che ci sia un collegamento tra i conflitti che il protagonista affronta e il suo viaggio trasformativo.
Ti ricordo che Luke Skywalker non ha cominciato il suo viaggio solo per provare a se stesso di valere, ma l’ha fatto anche perché l’Impero gli ha ucciso gli zii. Indiana Jones intraprende il viaggio per recuperare il Santo Graal sì per impedire che i nazisti lo ottengano, ma anche per salvare suo padre, tenuto da loro prigioniero.
Difetto fatale esplicito. Strettamente legato al concetto di "Show, don't Tell", un errore molto comune è dichiarare apertamente il conflitto interno che il protagonista deve risolvere. Il problema di questo atteggiamento è che non si lascia al lettore nessun margine di interpretazione: presenti un personaggio già definito, e non da scoprire in corso d'opera; di conseguenza, già dalla sua prima apparizione sarà chiaro il tipo di viaggio trasformativo che dovrà intraprendere, non c'è nessuna sorpresa!
Per saperne di più sullo Show, don't Tell ti rimando a questo articolo.
Per rafforzare il legame empatico che lo lega al lettore, e quindi rendere più intenso il suo coinvolgimento nella storia, la soluzione è semplice: anziché rivelare la "malattia" del personaggio, mostra i "sintomi"; in altre parole, mostra in che modo il difetto fatale si manifesta nelle sue scelte, azioni, parole...
Ebenezer Scrooge è così avaro che costringe il suo dipendente agli straordinari persino il giorno della Vigilia. Giancarlo è così insicuro che quando parla balbetta e suda, e quindi fatica a relazionarsi con gli altri.
Insomma, mostra il modo in cui il personaggio si esprime e si relaziona, e lascia che sia il lettore a farsi un'idea del suo conflitto interno.
Difetto fatale fisico. Passando nello specifico al fatal flaw, uno degli errori più comuni è confondere il difetto fatale con un difetto fisico del personaggio. Bisogna ricordare che l’arco trasformativo a cui va incontro l’eroe è interiore; il cambiamento situazionale esterno è una conseguenza.
Pensa a Quasimodo. All’inizio la sua difficoltà era l’incapacità di stringere un legame con le persone e, traviato dalle parole del giudice Frollo, pensa che ciò sia legato al suo aspetto fisico. Ma se ricordi bene il film (quello d’animazione), alla fine la gobba rimane. Quasimodo rimane sempre il personaggio gobbo, dall’aspetto che non rispetta i canoni di bellezza moderni, eppure stringe amicizia con Esmeralda e Febo, eppure viene accettato dalla comunità. Ciò che è cambiato dall’inizio è il suo atteggiamento: non si focalizza più sull’aspetto fisico, quanto sulle sue qualità, come la lealtà, la forza di volontà, la capacità di amare…
Ancora, Ercole. Sì, sicuramente il sangue divino e gli allenamenti di Filottete l’hanno aiutato a compiere le sue imprese eroiche, ma prima dell’ultima prova tutto questo svanisce. Quando si cimenta nella sua prova più importante, ovvero sconfiggere i titani e salvare Meg, lui è solo un mortale. Ciò che gli rimane è la forza di volontà, la capacità di rimettersi in piedi e, soprattutto, lo spirito di sacrificio.
Passando a un esempio più recente, pensa a The Fall Guy, con Ryan Gosling. All’inizio lui ha tutto: un lavoro che ama, una ragazza, una vita piena di adrenalina… una vita felice (anche se si intuisce che non la vive appieno). Poi, a causa di un incidente, si danneggia la schiena. Col tempo recupera le sue capacità fisiche, ma a livello psicologico non si riprende dalla caduta, motivo per cui abbandona la ragazza, abbandona il mondo dei film e si rintana a lavorare come valletto in un ristorante a conduzione familiare. Fisicamente sta bene, ma emotivamente non è sopravvissuto alla caduta. Se il film finisse qui, non ci sarebbe un vero cambiamento. Invece, grazie all’amore che prova per la sua ragazza e il desiderio di rivalsa, di rialzarsi (forma mentis dell’essere stuntman), torna alla sua vera vocazione e sopravvive.
Difetto fatale = antagonista. Gli autori emergenti in particolare confondono il difetto fatale del protagonista con l’antagonista. O meglio, interpretano l’arco di trasformazione dell’eroe come se il viaggio interiore fosse una conseguenza del viaggio esteriore, pensano che se l’eroe supera la prova allora può cambiare. In verità, come abbiamo visto poco fa, è il contrario: è proprio grazie al cambiamento interno che l’eroe supera la prova.
Questa confusione si palesa soprattutto quando è presente un antagonista da sconfiggere. Ne parlerò in maniera approfondita in un altro articolo, ma per il momento teniamo a mente che di base l’antagonista è la rappresentazione fisica del difetto fatale del protagonista, la fine della strada che l’eroe potrebbe raggiungere se soccombesse al proprio conflitto interiore, se non cambiasse.
La sconfitta dell’antagonista, o comunque il superamento della prova esterna, è una dimostrazione del fatto che il protagonista ha risolto il proprio conflitto interiore.
Conflitto non risolto. L’ultimo errore di questo articolo è piuttosto scontato, ma è bene parlarne: la mancata risoluzione del conflitto interiore. Come abbiamo visto, il conflitto è una condizione necessaria perché l’eroe possa trasformarsi: grazie al superamento del proprio conflitto interiore, il protagonista impara una lezione che gli servirà per affrontare (e auspicabilmente vincere) il conflitto esterno, e sarà proprio questa lezione il valore aggiunto che la storia avrà agli occhi del lettore. Se l’eroe non supera il conflitto, non impara la lezione, e quindi non avrà gli strumenti per risolvere il conflitto esterno. O, peggio, se in qualche modo superasse il conflitto esterno senza prima risolvere quello interno, non imparerebbe nulla, e di conseguenza neanche il lettore trarrebbe un beneficio dalla storia: gli rimarrebbe una sensazione di anomalo, di incompleto.
L’articolo finisce qui. Ci sono altri argomenti da considerare, ma finirei per essere didascalico e andrei ad ampliare il discorso in altre aree tematiche. Sicuramente li riprenderò in futuro, in degli articoli dedicati: dopotutto, fin qui il discorso mi sembra già abbastanza corposo.
A te che sei arrivato fino in fondo, ti invito a ricordarti di considerare i conflitti interni ed esterni del tuo protagonista per quello che sono: dei maestri che gli impartiscono delle lezioni di vita utili.
Senza conflitto, non c’è evoluzione. E senza evoluzione, non c’è storia.


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