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7 caratteristiche di un protagonista indimenticabile

  • Immagine del redattore: Andrea Brunori Editor
    Andrea Brunori Editor
  • 15 mag
  • Tempo di lettura: 14 min
Caratteristiche di un protagonista indimenticabile
Cosa distingue il tuo protagonista?

Perché una grande storia sia memorabile, necessita di un elemento fondamentale: un

protagonista attraverso cui il lettore possa viverla.

Pensa a Lo Hobbit o Il Signore degli Anelli: certo, il lungo viaggio e le sfide, tra orchi, Balrog, draghi e occhi infuocati sono epici, ma sortirebbero su di noi lo stesso effetto se non fossero stati vissuti attraversi gli occhi di un personaggio che li affronta nonostante la sua piccolezza e la natura timorosa?

La storia di Agrabah, della principessa Jasmine e del Genio sarebbe stata la stessa senza il “diamante allo stato grezzo” di Aladdin?

Ancora, Shrek 4: e vissero felici e contenti ci spiega chiaramente cosa sarebbe successo se non fosse esistito il simpatico orco verde.

La presenza di un protagonista (o più protagonisti) è quindi necessaria perché il lettore possa immergersi con più facilità nella storia e passare da spettatore passivo a “partecipante” attivo.

Ma quali sono le caratteristiche che un protagonista deve avere? Quali sono i valori e le qualità che un buon autore deve considerare per permettere al lettore di identificarsi con questa figura? E quali sono, invece, gli errori da evitare, che rendono il personaggio piatto, artificioso e impossibile da avvicinare?

Nota bene: le caratteristiche che seguono valgono per tutti i personaggi, al fine di renderli tridimensionali e realistici, ma il protagonista, proprio per la sua importanza e il ruolo che riveste nel far immergere il lettore nella storia, non può non averle.

È facile che in alcuni punti ripeta i concetti, ma è normale che sia così: un personaggio caratterizzato è un mosaico di più elementi e dimensioni che si intersecano tra loro.

 

Una propria voce

Soprattutto se sei all’inizio della tua carriera, è facile che plasmi i personaggi della tua storia, e il protagonista in particolare, con attributi che ti caratterizzano, o che vorresti possedere, e non è neanche troppo sbagliato che ci sia un po’ di sé in queste figure (fa parte del proprio stile), ma lasciarsi andare a questo ragionamento può rivelarsi nocivo sia per gli stessi personaggi, sia per la storia in generale (e, di conseguenza, per l’esperienza di lettura).

Caratterizzare i personaggi secondo i propri gusti, e non in maniera lucida e oggettiva, significa limitare la loro natura e il loro potenziale di crescita, poiché ogni loro scelta, azione e parola sarà inevitabilmente condizionata non dalla situazione o dal proprio modo di pensare, ma dal modo in cui tu (l’autore) scegli, agisci e parli; e dal momento che trama e personaggi si caratterizzano l’un l’altro, anche lo svolgimento degli eventi ne sarà influenzato, con la conseguente creazione di situazioni evitabili, sequenzialità causa-effetto poco chiara, l’apertura di possibili sottotrame non debitamente esplorate… insomma, protagonista, personaggi e trama mancheranno di funzionalità, perché anziché progredire in maniera naturale, seguendo la logica, seguiranno lo script di un’entità non troppo velata. Il lettore non vivrà una storia, ma ascolterà una tua versione sconnessa e poco realistica.

Peraltro, proprio per questa soggettività, potresti cedere alla tentazione di “proteggere” il protagonista, mettendolo di fronte a sfide non così difficili, facendolo tirare d’impaccio in situazioni ardue e ponendogli delle scelte il cui esito non influenzerà veramente l’andamento della storia.

Ricorda che, in quanto autore, non solo devi essere padrone di tutto ciò che concerne la sua storia (è il caposaldo della progettazione), ma anche fare in modo che agli occhi del lettore tutto appaia quanto più realistico e naturale possibile. Noi sappiamo che un attore recita un ruolo seguendo un copione e le indicazioni del regista, ma ci innamoriamo della storia per la sua personale interpretazione: allo stesso modo, troviamo piacevole una storia per lo svolgersi degli eventi, ma ci innamoriamo di come i personaggi (il protagonista in primis) agiscono.

Perciò, rifletti debitamente sulla caratterizzazione del tuo main character, assicurandoti di dargli una propria identità, con un proprio sistema di credenze, un proprio modo di esprimersi, un proprio modo di pensare… che sia distinto dal tuo. Il tuo personaggio deve essere un’entità a sé stante, non a tua immagine e somiglianza ma funzionale alla storia e all’esperienza di lettura.

Ricorda: perché il protagonista sia credibile e la storia realistica, il lettore non deve sospettare in alcun modo la presenza di un autore.

Come già anticipato, questo discorso non vale solo per il protagonista, ma per tutti i personaggi. In base al loro peso nella storia possono essere più o meno caratterizzati, ma è bene che siano distinti per qualità, modi di pensare, di parlare eccetera gli uni dagli altri, altrimenti si torna al problema iniziale: è semplicemente l’autore che indossa diversi outfit.

 

La predisposizione al cambiamento

Un errore che azzera l’interesse del lettore fin da subito è un protagonista senza alcuna ambizione, perché significa che non ha una direzione. E se non ha una direzione, significa che non ha nessun impulso a muoversi e preferisce ripetere la propria routine all’infinito, immune da qualunque possibilità di viaggio o cambiamento. Allora… che genere di storia può venirne fuori? Perché il lettore dovrebbe investire del tempo per leggere le vicende di un individuo che corre sulla ruota del criceto, per nulla intenzionato a scendere?

Perché il protagonista sia funzionale, deve possedere una predisposizione al cambiamento, vale a dire un desiderio da realizzare, un’ambizione da raggiungere, un sogno che cova da tempo, un impulso a mettersi in gioco e cambiare se stesso o la propria situazione, uscire dalla comfort zone, riparare un torto… ma anche una semplice curiosità.

  • Stufo di dover lottare ogni giorno per un pezzo di pane e di essere considerato uno straccione, Aladdin sogna di visitare il palazzo del sultano, convinto che ciò rappresenterebbe un miglioramento.

  • Quasimodo sogna di uscire dalla cattedrale per visitare Parigi e conoscere le persone che ha sempre osservato da lontano.

  • Stufo dell’amore oppressivo del padre, Nemo sogna di esplorare l’oceano oltre la barriera corallina.

  • Stremata dalla routine e consapevole della scarsità di risorse, Vaiana sogna di navigare oltre il reef.

  • Bilbo è un rispettabile hobbit pacifico e sedentario, ma dentro di sé cova la passione per l’avventura.

  • Merida vuole dimostrare di non aver bisogno di un marito e di saper badare a se stessa.

  • Luke desidera abbandonare la vita contadina e diventare un pilota.

  • Shrek desidera continuare la sua vita pacifica nella palude.


Questa predisposizione può manifestarsi già all’inizio della storia, nel mondo ordinario, o durante il viaggio, di fronte alle avversità, e il protagonista può non esserne cosciente fin da subito: avrai notato, infatti, che Shrek “stona” rispetto agli altri esempi.

Parlando di cambiamento, non possiamo non menzionare tre pilastri del famoso arco di trasformazione che un protagonista come si deve compie nel suo viaggio: il desiderio, il difetto fatale e il bisogno.

Il desiderio è un obiettivo esterno che il protagonista si pone e che, nella sua mente, gli porterà un beneficio. In realtà, anche se lo persegue e va incontro a un miglioramento temporaneo o apparente, non è detto che ciò comporterà a una vera crescita.

Il difetto fatale (già affrontato qui, e di cui riparleremo in seguito) è una convinzione, frutto di una menzogna, un’esperienza traumatica del passato o una male interpretazione, che distorce la realtà e lo inganna, inducendolo a credere che la realizzazione del desiderio sia l’unica via per essere felici. In pratica, gli impedisce di cambiare o lo guida verso un falso miglioramento.

Il bisogno è la lezione che il protagonista deve imparare per ottenere un vero miglioramento, una forza interna di cui lui all’inizio è inconsapevole e che lo spingerà a evolvere e raggiungere il proprio lieto fine. Maturerà questa verità durante il viaggio, quando scoprirà le fallacie del proprio difetto fatale.

  • Bilbo

    • Desiderio: seppellire il proprio spirito di avventuriero e vivere una pacifica esistenza come tutti gli altri hobbit

    • Difetto fatale: lo stile di vita semplice e pacifico degli hobbit

    • Bisogno: andare incontro a un’avventura per dare voce alla natura

  • Shrek

    • Desiderio: continuare a vivere da solo nella propria palude

    • Difetto fatale: convinzione secondo cui gli orchi sono cattivi e meritano di stare da soli

    • Bisogno: una famiglia che lo ami andando oltre l’apparenza


Potrei continuare con gli esempi, ma… fallo tu! Riguardati questi film e identifica desideri, difetti fatali e bisogni di questi protagonisti.

 

L'agency, ovvero la predisposizione all’azione

Il protagonista non si deve limitare a sognare un certo traguardo, deve anche essere disposto a trasformare il pensiero in azione, a fare la sua parte.

  • Bilbo va incontro all’avventura.

  • Luke consegna i droidi a Ben Kenobi e poi lo segue nel suo viaggio contro l’impero.

  • Mulan disubbidisce all’ordine del padre e prende il suo posto nell’esercito.


Insomma, un personaggio passivo, che nonostante avverta uno squilibrio o una mancanza nella propria vita non faccia nulla al riguardo, è un protagonista che non vale la pena seguire, per cui non vale la pena fare il tifo.

Tuttavia, non sempre l’agency si manifesta quando il personaggio vuole un cambiamento: a volte il protagonista può manifestare la sua predisposizione eseguendo una serie di azioni allo scopo di tornare al punto di partenza.

  • Shrek va contro il suo desiderio di essere lasciato in pace e non interagire con nessuno andando volontariamente da re Farquaad accompagnato da Ciuchino, per riappropriarsi della sua palude.

  • L’imperatore Kuzco si fa accompagnare da Pacha per tornare a palazzo e riprendersi il suo corpo umano.


In questi casi, però, in genere si tratta di protagonisti il cui mondo ordinario (la propria casa) è stato sottratto o è sotto minaccia, e il loro scopo è riappropriarsene (“sbrigo questa noia così posso tornare alla mia vita tranquilla e alla mia comfort zone”). Va da sé che questa è un’evidente manipolazione del loro difetto fatale, che li spinge al perseguire un desiderio, e non soddisfare un bisogno.

 

I conflitti

Il valore di un personaggio non è dato dalle sue qualità, né dalle sue gesta, tantomeno dal comportamento che assume nei momenti di calma, ma dalle sue paure, i suoi limiti e il modo in cui si comporta nei momenti di tensione, di fronte alle difficoltà.

Questo discorso non vale solo per il difetto fatale, il conflitto interno al protagonista che gli impedisce di crescere e di rapportarsi in modo sano con la realtà che lo circonda, ma anche con le sfide, le difficoltà e gli avversari che affronta.

Proprio per via dell’affetto che caratterizza l’autore alle prime armi, e di cui abbiamo fatto menzione all’inizio, è facile cedere alla tentazione (o istinto) di proteggere il protagonista, ponendolo di fronte a degli ostacoli che con un po’ d’impegno e un pizzico di fortuna può superare con facilità, ma ciò porterebbe una mancata (o quantomeno forzata) evoluzione del personaggio e, a lungo andare, una storia che manca della capacità di intrattenere il lettore.

Ricorda che il lettore può rimanere colpito dalle vittorie del protagonista, ma rimane affascinato dalle difficoltà in cui si trova, perché è in quei momenti che riecheggia la domanda drammaturgica che guida tutta la storia: “Riuscirà il nostro eroe a raggiungere il suo obiettivo?”. Se il protagonista non riesce a superare l’ostacolo che ha di fronte, va da sé che non riuscirà a raggiungere il suo obiettivo finale; al contrario, se l’esito di una sfida è scontato, allora anche il raggiungimento finale lo sarà.

Anche in questo caso, è possibile fare un confronto con la vita: vittorie e traguardi possono soddisfare il nostro ego e dare prova della nostra evoluzione, ma sono le difficoltà che ci testano, ci insegnano e ci fanno crescere.

 

Il rischio

Collegato al punto precedente, vi è il rischio. Il protagonista può affrontare tutte le peripezie del mondo, può vincere ogni prova e sconfiggere qualsiasi cattivo, ma se non è chiaro cosa gli succede se dovesse fallire o rinunciare, allora il lettore non farà mai veramente il tifo per lui.

  • Cosa sarebbe successo a Bilbo se di fronte all’ennesimo ostacolo avesse detto “Sapete cosa? Basta così! Me ne torno a casa!”?

  • Cosa sarebbe successo se Shrek, anziché andare dal re Farquaad per riprendersi la sua palude, semplicemente si fosse spostato e ne avesse trovata un’altra?

  • Cosa sarebbe successo a Po se avesse dato ascolto alle critiche del Maestro Shifu, ignorando quindi la profezia del Maestro Oogway, e se ne fosse tornato a casa?


Se pensi che la risposta sia “Sarebbe tornato alla situazione di partenza”, ti sbagli di grosso.

È proprio qui che entra in gioco il rischio. Il rischio è quell’elemento di una storia che rivela una verità cruciale al lettore: il protagonista non può tornare indietro, non c’è un “indietro” a cui tornare. Se il protagonista fallisce una prova o rinuncia all’avventura, non torna alla situazione iniziale, ma raggiunge una nuova situazione peggiore di quella da cui è partito.

  • Se Bilbo avesse detto di no, avrebbe continuato a vivere nella sua casetta, ma non nella maniera pacifica dell’inizio: avrebbe convissuto per sempre con il senso di colpa per aver mandato tredici Nani a morire, per aver tradito la fiducia di Gandalf e la parte di sé che lo spingeva all’avventura.

  • Se Shrek se ne fosse andato e avesse ricostruito la palude, prima o poi Farquaad si sarebbe riappropriato delle creature fatate e l’avrebbe catturato e ucciso: sarebbe morto da solo e non amato, vittima e prova del pensiero comune secondo cui gli occhi sono cattivi.

  • Se Po avesse rinunciato, Tai Lung avrebbe distrutto la Valle della Pace e ucciso i Cinque Cicloni e il Maestro, e in seguito anche il panda.


Come possiamo vedere da questi esempi, non si può tornare indietro: l’eroe non può permettersi di perdere, deve affrontare il viaggio e imparare la sua lezione, proprio come nella vita. Nella vita non si può tornare indietro: qualunque scelta facciamo o meno, porta con sé delle conseguenze.

Ecco cosa ci insegna il rischio, e perché è così importante ai fini della caratterizzazione ed evoluzione del protagonista.

 

Il rapporto con se stesso e con gli altri

Il protagonista non è solo un individuo a sé stante, ma è anche inserito all’interno di un sistema (di regole, mentalità, cultura, credenze, comportamenti…) più grande che, a seconda di come imposti la storia, condizionano la mentalità e l’opinione che il personaggio ha di sé e della realtà che lo circonda, a volte rappresentando un vantaggio o uno svantaggio.

Strettamente legato all’argomento “voce”, affrontato all’inizio, anche questo rappresenta un tassello che compone il mosaico dell’identità del protagonista e, di nuovo, si manifesta nel modo in cui parla, agisce, ragiona, prende le decisioni e si relaziona con gli altri, sia all’inizio della storia (prima del viaggio), sia durante o alla fine.

Per fare un esempio, collegandoci al discorso del difetto fatale, Quasimodo giudica la propria persona inferiore per via della gobba, come non manca di sottolineargli il giudice Frollo[1].

Ci sono, però, altri casi, non dipendenti dalla mentalità vigente, quanto da una caratteristica intrinseca del protagonista che oggettivamente lo differenzia dagli altri. Per esempio, rimanendo in tema Disney, Ercole si sente un pesce fuor d’acqua, isolato da tutti per via della superforza che non può controllare. Ciò è dovuto alla sua natura divina, anche se lui ne è inconsapevole: quando scoprirà la verità su di sé, anche i suoi modi cambieranno, passando da un’iniziale imbranataggine a una sempre più solida sicurezza in se stesso.

Ci sono, poi, altri casi in cui la differenza non è considerata in modo negativo (almeno in un primo momento), anzi. Per esempio Kuzco, protagonista de Le follie dell’imperatore, gode dei suoi privilegi ereditati in quanto sovrano indiscusso del regno, ignaro però del fatto che proprio questo gli impedisce di avere legami sinceri con gli altri; alla fine del suo viaggio, grazie alle perizie affrontate insieme a Pacha, la sua natura cambia completamente, passando da una dinamica di superiorità e prepotenza a una di parità e fiducia.

Passando al rapporto con gli altri e con il mondo che circonda il protagonista, troviamo soprattutto:

  • Quasimodo, con la sua reverenza nei confronti del giudice Frollo e il misto di ammirazione, desiderio e dolore nei confronti di Esmeralda (che non può “avere” perché “indegno”);

  • Merida, che ama il padre, così simile a lei per natura, ma è in contrasto con la madre, che rappresenta la versione futura di sé che ha paura di diventare.

  • Shrek, che usa il sarcasmo come meccanismo di difesa per tenere tutti a distanza, perché, come spiegherà nel midpoint, crede che sia ciò che gli altri si aspettano da lui.

  • Sempre Shrek, però, cova dentro di sé il seme dell’altruismo, come vediamo nei ripetuti salvataggi nei confronti di Ciuchino.

  • Aladdin che è frustrato di essere considerato uno straccione, quindi in tono dispregiativo, a causa del sistema gerarchico di Agrabah.

  • Sempre Aladdin cede il suo pane al bambino affamato e aiuta la principessa Jasmine a fuggire alle guardie, pur non conoscendo la sua vera identità.

 

Il legame empatico

Un protagonista non può essere realmente vero se non stabilisce con il lettore un legame empatico. L’empatia è un sentimento per il quale ci sentiamo vicini a una persona che riteniamo meritevole, ne comprendiamo la sofferenza, le motivazioni, lo stato d’animo… e, in questo modo, facciamo il tifo per lei.

Le caratteristiche che tale personaggio deve possedere per far sì che si instauri questo legame sono già state affrontate nei punti precedenti e anche in altri articoli delle settimane passate, ma un recap non fa mai male.

Un protagonista per cui provare empatia è un personaggio che:

  • Ha un obiettivo da realizzare (desiderio) e la volontà di farlo (agency).

  • Possiede delle qualità positive come l’altruismo, il coraggio, la sicurezza di sé, la competenza, la responsabilità o la simpatia (rapporto con gli altri).

  • È vittima di un’ingiustizia e/o deve affrontare delle difficoltà (conflitti esterni e interni).

  • Un difetto fatale da risolvere (o meno...).


Facciamo alcuni esempi:

  • Luke Skywalker non avrebbe lo stesso appeal se fin dall’inizio si fosse accontentato della sua vita contadina e non covasse il desiderio di diventare un pilota.

  • Shrek non avrebbe conquistato i nostri cuori se anziché proteggere Ciuchino si fosse voltato dall’altra parte e avesse continuato a farsi i fatti suoi.

  • Aladdin non ci avrebbe commosso se, dopo essere sfuggito alle guardie, avesse divorato il bottino della giornata, ignorando il bambino lì vicino.

  • Decisamente, Bilbo non avrebbe attratto il nostro interesse se dopo aver sentito la tragica storia dei Nani e la loro canzone strappalacrime avesse detto, senza ripensamenti, “Grazie, ma no grazie”.


Invece, questi e altri personaggi dimostrano di possedere qualità valide e ammirevoli, tramite le loro parole e azioni.

  • Aladdin offre il suo pezzo di pane a un bambino affamato (dimostrando così allo spettatore di essere il “diamante allo stato grezzo”).

  • Dopo un primo momento di paura, Bilbo trova il coraggio dentro di sé e accetta la pericolosa missione di Gandalf.

  • Anziché farsi da parte e lasciare che le guardie catturino Ciuchino, Shrek le affronta.

  • Luke ha un talento come pilota e nella padronanza della Forza.


Attenzione: spesso si confonde il concetto di “empatia” con quello di “simpatia”, soprattutto perché gli autori tendono a creare protagonisti positivi e ottimisti, per i quali è facile provare affetto, ma in verità non è necessario che un personaggio risulti simpatico per generare empatia.

La simpatia è solo una qualità tra tante che possono definire la natura di un personaggio, ma non il suo valore agli occhi del lettore.

Pensa a Walter White. “Simpatia” non è la prima parola che viene in mente per descriverlo, ma le caratteristiche per sviluppare empatia ce le ha:

  • Un obiettivo preciso (garantire un futuro alla sua famiglia dopo la sua dipartita, desiderio di rivalsa).

  • Delle qualità che lo distinguono (le competenze tecniche).

  • La volontà di passare all’azione (cinque stagioni sono una testimonianza più che valida).

  • Degli ostacoli (la difficile situazione a casa, il cancro ai polmoni, la polizia, i criminali con cui stringe alleanze e si scontra).

  • Un difetto fatale (la superbia, che sarà la sua rovina).


Il lettore può non trovarlo piacevole, e magari neanche fare il tifo per lui, ma di sicuro comprende le sue ragioni e le sue scelte, anche se non le condivide.

 

Conclusione

Queste sono le sette dimensioni per costruire un protagonista realistico, credibile e, soprattutto, memorabile. Gli esempi potrebbero proseguire ancora a lungo, ma anziché indugiare su tanti altri case studies, ho preferito lasciare a te il compito di ragionare su quanto hai letto e applicarlo ad altri libri e/o film per comprendere quale “magia” li abbia fatti funzionare (o meno).

Va da sé che quanto detto in questo articolo non si limita solo ai film della Disney o di Star Wars: sono principi applicabili in tutte le branche della narratologia, se ho scelto questi esempi è solo per la loro fama e per semplicità.

No, non ho usato la parola “principi” a caso: come sempre, in narratologia non si parla di “dogmi” o “regole fisse” da dover applicare pedissequamente, quanto di principi nati da una lunga esperienza (di qui i tanti esempi) di casi che hanno sortito un certo effetto e suscitato apprezzamento. Ciò significa che quanto indicato in questo articolo non deve essere considerato come una “gabbia” in cui “incastrare” il tuo protagonista, né una “lista di ingredienti” di ingredienti da mescolare: in base alla tua creatività e a come hai intenzione di progettare la tua storia, puoi anche ignorare alcuni degli aspetti qui elencati. L’importante è che adesso hai consapevolezza del fatto che esistono delle basi solide, affidabili e funzionanti (perché hanno portato dei risultati positivi) che possono esserti utili per meglio costruire il tuo personaggio.

Ricordati, di nuovo, che il focus non è assicurarsi che il tuo protagonista rispetti tutti questi “dogmi”, ma che rimanga nella mente e nel cuore del lettore anche dopo aver chiuso il libro. E per far ciò deve essere quanto più realistico, coerente e concreto possibile.

Ciò detto, come al solito…

 

Keep writing


[1] Qui è necessario un chiarimento: il difetto totale non è un difetto fisico. Il problema di Quasimodo è la poca autostima, che viene alimentato dalla menzogna impostagli dal giudice Frollo; difatti alla fine del film (ma anche nella scena della festa dei folli) Quasimodo viene accettato dalla popolazione, che non bada alla gobba.

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