Crea un antagonista di cui INNAMORARSI
- Andrea Brunori Editor

- 15 giu
- Tempo di lettura: 12 min

Nel precedente articolo abbiamo parlato di come la progettazione di un personaggio in cui il lettore possa identificarsi sia determinante per permettere il suo coinvolgimento. In quell’occasione abbiamo analizzato le caratteristiche del protagonista, ovvero la forza positiva che porta avanti la storia (e a cui solitamente l’autore dedica più tempo nella costruzione).
Ma lo stesso discorso può valere anche per l’antagonista, la forza negativa che si oppone al cammino dell’eroe? In altre parole, è possibile che il lettore si innamori del cattivo?
Ne parliamo in questo articolo, insieme alle caratteristiche che tale figura deve avere non solo per essere un valido avversario per l’eroe, ma anche un personaggio che pur agendo per un proprio tornaconto può comunque conquistare il cuore del lettore.
Cominciamo il nostro discorso con una domanda: cosa rende memorabili personaggi come Darth Vader, Hannibal Lecter o il Joker?
Sì, certo, l’iconica battuta del Maestro Sith, l’eccellente interpretazione di Anthony Hopkins e la famosa scena sulla scalinata aiutano, ma c’è qualcosa di più profondo. Ciò che li rende immortali, e che attrae lo spettatore, è il fatto che pur rappresentando il concetto di “male” presentano nella loro personalità delle caratteristiche che riteniamo positive. Darth Vader si oppone a Luke Skywalker e alla tua missione di riportare l’equilibrio nella Forza, Hannibal Lecter prova piacere nel mangiare le persone e il Joker dà inizio a una rivolta sociale che distrugge il delicato equilibrio di Gotham… eppure c’è qualcosa in loro (nel loro passato, nel loro modo di esprimersi e comportarsi, nelle loro ragioni) che affascina il pubblico.
Analizziamo questo “qualcosa” cominciando a sfatare un falso mito…
L’antagonista non è necessariamente “il cattivo”
Forse per l’influenza dei fumetti o dei film siamo abituati a confondere il concetto di “antagonista” con quello di “cattivo” (o “villain”, per usare un termine supereroistico).
In verità l’antagonista è semplicemente il personaggio (o la forza) che ostacola il raggiungimento dell’obiettivo del protagonista. Si tratta di un termine ampio, in termini di significato, che può assumere varie sfaccettature in base al tipo di storia:
Un rivale, che concorre per lo stesso obiettivo del protagonista;
Un alleato, che rappresenta la parte più razionale (o timorosa) ma meno ascoltata del protagonista;
Un genitore, che con le sue preoccupazioni insinua il dubbio nel protagonista, o quantomeno tende a proteggerlo eccessivamente, impedendogli così di fare esperienze e crescere;
Un interesse romantico, che inavvertitamente può alterare le priorità del protagonista;
La società, che con il suo sistema di regole può creare uno squilibrio o limitare il protagonista;
Lo stesso protagonista, se ben caratterizzato, presenterà una natura poliedrica, cosa che può tradursi anche in dubbi e paure da vincere (vedi il difetto fatale).
Come possiamo vedere da questi esempi, non sempre l’obiettivo è quello di danneggiare attivamente il protagonista; a volte, persino, i personaggi sono animati dalle migliori intenzioni, ma l’effetto è comunque ostruttivo per l’eroe.
Tenere a mente questa importante differenza, ovvero che l’antagonista non necessariamente è il cattivo, ti tornerà molto utile nella creazione di personaggi realistici, perché darai vita a figure tridimensionali, animati da motivazioni, intenzioni e contraddizioni con le quali il lettore non potrà fare a meno di identificarsi. Sicuramente proverà un sentimento (più o meno forte) di astio nei confronti dell’antagonista perché contrasta l’eroe, ma comprenderà che dietro le sue azioni c’erano delle ragioni particolari.
Per esempio, nel film Smallfoot il Guardapietre, il capotribù degli yeti, rivela che le leggi che tengono isolato il popolo e negano l’esistenza degli umani sono state create proprio perché in passato questi ultimi hanno attaccato gli yeti. Le sue menzogne, quindi, sono una forma di protezione.
In questa chiave di lettura, anche se il Guardapietre è l’antagonista, possiamo considerarlo un “cattivo”?
Ha un obiettivo proprio
Il pensiero “Voglio conquistare/distruggere il mondo perché sono cattivo” non è quindi adeguato a creare un antagonista vero e proprio. A dire il vero, oggi non è neanche sufficiente per creare il “cattivo” di una storia per bambini: anche nelle trame più semplici l’antagonista deve avere, anche se in maniera accennata, delle valide motivazioni che guidano le sue azioni.
Per dare alla nostra storia una chance di competere con le tante altre presenti sul mercato, dobbiamo quindi abbandonare questa idea bidimensionale dell’antagonista “brutto e cattivo” e dargli una struttura più articolata.
Come possiamo quindi rendere questo personaggio tridimensionale? Esattamente come faremmo con il protagonista, ovvero dandogli un obiettivo da raggiungere (desiderio), una lezione da imparare (bisogno) e una ferita emotiva all’origine di tutto (difetto fatale). Desiderio, bisogno e difetto fatale sono concetti di cui ho parlato in abbondanza sia in articoli precedenti, sia sui social, perciò non mi dilungo. Per saperne di più, ti invito a leggere l'articolo dedicato (trovi il link in fondo alla pagina).
Quindi la “formula matematica” che crea l’eroe è, fondamentalmente, valida anche per la sua Ombra: così come l’eroe inizia il suo viaggio seguendo un determinato obiettivo perché “accecato” da una certa mentalità, l’antagonista segue la stessa dinamica. In altre parole, considera l’antagonista come il protagonista della sua storia (e di conseguenza, l’eroe è la sua Ombra, il suo conflitto).
Qual è, allora, la differenza tra i due? Cosa fa sì che queste due figure si trovino su parti opposte della scacchiera? La differenza è il cambiamento: là dove il protagonista, grazie alle esperienze che matura nel corso del viaggio, cresce, capisce di cosa ha veramente bisogno per essere felice e va incontro a un cambiamento interiore, l’antagonista persiste nel raggiungimento del suo obiettivo esterno… cosa che solitamente lo porta alla rovina.
Per esempio, in Giustizia privata Clyde Shelton (Gerard Butler), accecato dal desiderio di vendetta (difetto fatale), vuole esporre le mancanze del sistema giudiziario (desiderio) commettendo una serie di omicidi e beffandosi ogni volta della legge, e rifiutando ogni volta le occasioni di redenzione (bisogno) che Nick Rice (Jamie Foxx) gli dà. D’altra parte Rice (la forza positiva) passa da un procuratore che ricorre al patteggiamento pur di vincere e far carriera a un procuratore distrettuale che non scende più a patti con gli assassini.
Quando crei il tuo antagonista, quindi, consideralo esattamente come uno specchio del protagonista: più accuratamente caratterizzi l’uno, altrettanto accuratamente devi caratterizzare anche l’altro.
È convinto di avere ragione
Collegato al precedente, parliamo adesso di uno dei punti più importanti di questo articolo approfondendo un concetto che di solito è difficile da carpire per gli autori meno esperti: l’antagonista è nel giusto.
O meglio, questa è la sua convinzione, ciò in cui lui (lei, loro) crede. Non agisce per “puro gusto di far del male”, ma solitamente per rimediare a un torto subìto, per ripristinare un equilibrio nella società o per mandare un messaggio positivo (o quantomeno di consapevolezza)… anche quando compie azioni terribili.
Anakin Skywalker cede al Lato Oscuro ed elimina l’Ordine Jedi perché è convinto che quello sia l’unico modo per salvare Padmé.
Il Joker dà inizio a una rivolta che sconvolge Gotham perché vuole rivelarne la corruzione e lo squilibrio sociale che in essa albergano.
Lord Voldemort è nato da un rapporto senza amore ed è cresciuto in orfanotrofi, ambienti carenti di tale sentimento. A renderlo speciale è la sua forte magia, che però lo rende anche unico, isolato, perciò l’unico modo che ha per rapportarsi con gli altri e avere una riprova sociale della propria esistenza è proprio esercitare questo potere sul prossimo.
Per altri esempi, ripensa agli esempi fatti nei punti precedenti: riesci a identificare le loro ragioni? Ancora, rileggi l’articolo dedicato al protagonista e pensa alle loro controparti: cosa le spinge ad agire così?
Nessuno di loro agisce per un bene personale, a livello conscio: tutti sono convinti che le loro azioni sono necessarie, al servizio di un bene superiore.
Quando crei il tuo antagonista, quindi, è giusto che lo strutturi in maniera tale che sia un valido ostacolo per il protagonista, grazie al cui superamento potrà crescere e migliorare, ma devi anche considerarlo come personaggio a sé stante, con un suo percorso una sua convinzione.
Più è forte la sua convinzione, e più realisticamente la riporterai, più forte sarà il legame empatico che creerai con il lettore: certo, questi non simpatizzerà mai per qualcuno che compie del male, ma quantomeno comprenderà che dietro le sue azioni c’erano delle motivazioni “nobili”, “positive”, “moralmente grigie” o… per certi versi comprensibili.
Però, come sempre, le azioni valgono più delle parole.
Se questo discorso ti è sembrato difficile da digerire, aspetta di leggere la prossima frase:
Per essere credibile e coinvolgente, l’antagonista deve possedere delle qualità ammirevoli che lo portino a suscitare empatia nel lettore.
Del concetto di empatia ne ho parlato nel capitolo precedente, ma per semplicità ti riporto qui gli elementi che caratterizzano questo sentimento:
Un obiettivo da realizzare (desiderio);
La volontà di farlo (agency);
Qualità ammirevoli e/o positive, come il coraggio, la sicurezza di sé e la competenza (rapporto con gli altri);
È vittima di un’ingiustizia e/o affronta delle difficoltà (conflitto).
Pensa agli antagonisti dei libri e film meglio riusciti, qui menzionati o inerenti al precedente articolo: noterai che presentano almeno una (ma anche più) di queste caratteristiche. Per esempio, tornando all’inizio, Hannibal Lecter ha un’affascinante capacità di autocontrollo, di retorica, di attenzione per i dettagli.
Tuttavia, la caratteristica più comune a tutti gli antagonisti è il conflitto, che può manifestarsi in un’ingiustizia subìta nel passato, a cui si cerca di porre rimedio (vendetta) o in delle difficoltà che si affrontano giorno dopo giorno: per esempio, Arthur Fleck è affetto da una malattia mentale che lo porta a essere oggetto di derisione da parte di tutti, cosa che poi lo spinge a diventare il Joker.
Affrontate le qualità di questo oscuro personaggio, passiamo adesso alle caratteristiche narratologiche che deve avere.
Deve incarnare il conflitto tematico
Collegandoci al secondo punto, a livello di caratterizzazione del personaggio “l’antagonista è lo specchio del protagonista” significa anche che deve rappresentare l’opposto della lezione che l’eroe deve imparare.
In altre parole, deve essere la rappresentazione fisica di ciò che accadrebbe al protagonista se, anziché riconoscere ciò di cui ha bisogno e cambiare ed evolvere, perseguisse nel suo intento iniziale, trasformando il suo desiderio di raggiungere un obiettivo esterno in un’ossessione.
Questo discorso vale soprattutto a livello interiore, di corruzione dell’anima, ma a volte può anche manifestarsi a livello fisico, come delle “cicatrici” che la strada sbagliata può portare. Per esempio, Voldemort, accecato dal desiderio di potere e immortalità, perde la sua umanità acquisendo sembianze serpentesche. Nel sesto capitolo della saga, Darth Vader si rivela per quello che è: un essere malformato racchiuso all’interno di un bozzolo (esattamente come l’Imperatore, che prima di lui ha ceduto al Lato Oscuro). Ancora, abbiamo Gollum, la cui lunga esposizione ai poteri dell’Anello hanno corrotto lo Hobbit Smeagle trasformandolo nel suo alter ego deforme, abituato a luoghi bui e a cibi crudi, più bestia che uomo; infatti, mentre esita nel gettare l’Anello del Monte Fato, anche Frodo comincia ad assumere un aspetto simile, grottesco.
Al di là dell’aspetto fisico in sé (discorso che ricorda molto il terzo fantasma di Canto di Natale), l’antagonista rappresenta l’incarnazione del difetto fatale che alberga nel cuore del protagonista, e che questi deve riconoscere e superare per poter maturare.
Ciò si manifesta anche e soprattutto a livello comportamentale: per esempio, se per raggiungere il lieto fine il protagonista deve imparare a fidarsi degli altri, allora l’antagonista deve essere la prova vivente che fidarsi è un errore.
Ancora, prendendo a esempio i primi tre film della serie Kung Fu Panda, possiamo notare un parallelismo tra la “lezione del giorno” che Po deve imparare e il “nemico di turno”:
Nel primo film Po deve imparare ad accettarsi per quello che è, mentre Tailung è accecato dal desiderio di ottenere potere attraverso la Pergamena nel Drago.
Nel secondo film Po deve imparare a lasciare andare gli eventi del passato, perché le cicatrici si rimarginano (o sbiadiscono?), mentre Shen è corroso dalla profezia del passato, che ne annuncia la disfatta.
Nel terzo film è lo stesso Maestro Oogway a spiegare la lezione da imparare (“Più prendi, meno avrai”): infatti, mentre Kai ruba il qi agli altri maestri di kung fu, Po impara a donarlo, acquisendo così una nuova consapevolezza di sé e nuovi poteri.
Per fare un altro esempio, abbiamo Harry Potter e Voldemort: mentre il primo, nel corso dei libri e in particolare alla fine, può contare su un gruppo ampio ed eterogeneo di amici e alleali pronti a sacrificarsi per lui, il secondo, benché sia a capo di un esercito, in realtà è solo. Entrambi sono nati in ambienti privi d’amore (l’uno presso una famiglia che non lo voleva, l’altro presso orfanotrofi), ma mentre il piccolo Harry è cresciuto coltivando l’altruismo e il coraggio, Tom Riddle l’ha fatto esercitando potere e controllo sul prossimo.
Una volta caratterizzati eroe e antagonista tenendo conto di questa dinamica, ogni loro incontro-scontro sarà carico di significato, perché dietro le loro azioni e le parole che si scambiano (se strutturi bene le scene) si potrà percepire un sottotesto in cui si scontrano le due forze di cui sono portatori, che genera scelti, dubbi, cambiamenti e momenti di crisi. Come può il lettore non innamorarsi di questi momenti catartici?
Deve essere una minaccia credibile e vicina
Come già anticipato nei punti precedenti, l’antagonista è sinonimo di conflitto, e come abbiamo imparato nell’articolo dedicato, perché un conflitto sia valido deve dare al lettore l’impressione che l’eroe non riuscirà a superare la prova. In altre parole, deve sempre mettere sotto pressione il protagonista, costringerlo ad alzare ogni volta l’asticella e a mettere in gioco ciò che ha appreso e ciò che è.
Se l’antagonista è debole, anche il conflitto è debole.
Se il conflitto è debole, la tensione cala.
Se la tensione cala, il lettore chiude il libro.
Come evitare tutto ciò? Per poter funzionare, l’antagonista deve essere una minaccia credibile, una forza la cui presenza paralizza il protagonista e mette in dubbio la riuscita della sua impresa.
Ma come renderlo così determinante? Un buon suggerimento che posso darti è quello di creare un rapporto personale con il protagonista. Se c’è un legame forte tra protagonista e antagonista, allora anche un antagonista che di per sé è mediocre può funzionare, poiché la sua importanza è data dalla relazione che ha con il protagonista. Tornando agli esempi precedenti, nella battaglia finale sia Tailung che Shen sono deboli di fronte a Po, ma la loro importanza è dovuta al legame che li unisce attraverso le profezie di Maestro Oogway e della Divinatrice.
Ovviamente, questo consiglio non deve essere interpretato come una scusa per non dedicare troppo tempo alla caratterizzazione dell’antagonista: gli esempi riportati fanno riferimento a opere per un pubblico giovane, il tuo lettore vuole una sfida che lo tenga col fiato sospeso fino alla fine!
Al contrario, se non c’è un legame particolarmente forte tra queste due forze, anche un antagonista straordinario rischia di finire nel dimenticatoio, perché non è una minaccia diretta al protagonista con il quale il lettore si identifica, ma una minaccia a sé stante, che ostacola chiunque. Per esempio, ne I Miserabili, possiamo identificare l’intera società francese del periodo come un’antagonista che attacca, limita e si oppone a tutti i protagonisti della storia (creando squilibri sociali che portano alla rivoluzione di Marius, Enjolras e gli amici dell’ABC Café, costringendo Fantine alla prostituzione, punendo duramente e perseguitando Valjean per aver rubato un pezzo di pane…), ma è un’entità astratta, una forza che non colpisce nessuno in particolare. Piuttosto, il lettore riconosce Javert, che rappresenta l’incarnazione della legge dominante e si scontra in prima persona con tutti i protagonisti.
Quindi, quando progetti il tuo eroe e la sua Ombra, chiediti:
Perché proprio loro due devono scontrarsi?
Se la risposta è interessante, potresti aver trovato il cuore del conflitto.
Non deve essere troppo forte… ma neanche troppo debole!
Abbiamo appena detto che l’antagonista deve essere una prova che mette in dubbio l’esito del viaggio intrapreso dall’eroe. Va sottolineato, però, che si parla di un dubbio.
L’antagonista non deve essere realmente invincibile. Il suo compito è sempre quello di sottoporre il protagonista a dei conflitti, così che questi possa imparare delle lezioni. Se alla fine della storia l’eroe, forte di tutte le esperienze maturate, comunque non riesce a superare la prova finale (di cui l’antagonista ne è incarnazione), il lettore di sentirà preso in giro, perché sarà come se tutte le pagine lette fino a quel momento fossero state, di base, una perdita di tempo.
È chiaro, ogni storia è a sé stante. È possibile, per esempio, che il ruolo dell’antagonista venga assegnato a un concetto astratto o un’entità sovrannaturale (come Dormammu in Doctor Strange o Ade in Scontro tra Titani), pertanto la vittoria non potrà essere “assoluta”, sancita in termini di “vita/morte”; in questi casi, tuttavia, si può “ridimensionare” tale concetto rendendolo più “nelle corde” del protagonista e della lezione che deve imparare. Dopotutto, si chiama “viaggio dell’eroe”. Il concetto di “vittoria”, quindi, non è sempre assoluto, ma può essere metaforico, inteso come un miglioramento rispetto alla situazione iniziale.
D’altra parte, l’antagonista non deve essere un incompetente, che fa continui errori solo perché la trama lo richiede. In base a come lo caratterizzi, può avere dei limiti (che in genere sopperisce affidando certe mansioni ad altri: Voldemort, prima di riacquisire i suoi poteri, si affida a Codaliscia e ai Mangiamorte per tessere le sue trame; Selfridge è un uomo d’affari, e per raccogliere l’unobtainium e tenere a bada le tribù di Na’vi si affida al reparto scientifico della dottoressa Augustine e alla forza militare del colonnello Quaritch), ma una continua incompetenza da parte sua, ai limiti del cartoonesco, rende la sua minaccia meno efficace, cosa che si traduce in una sorta di deus ex machina che favorisce il protagonista, non contribuendo così alla sua crescita e facendo storcere il naso al lettore.
Ricordati, quindi, la funzione narrativa principale dell’antagonista, e caratterizzalo di conseguenza.
Conclusione
L’articolo si conclude qui. Come al solito, ho cercato di essere sintetico, e come al solito ho fallito miseramente nel tentativo.
Spero che questi punti ti abbiano aiutato a maturare una nuova visione di questa figura, non “cattiva e negativa” ma controversa, unica e, per certi versi, positiva.
Senza dilungarmi in ulteriori riflessioni, ti lascio questo memorandum.
Un buon protagonista non è niente senza un buon antagonista che genera conflitto.
L’ammirazione che il lettore avrà nei confronti dell’eroe sarà il riflesso delle sfide che affronta grazie alla sua Ombra.



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